I bambini e le parolacce

barattolo delle parolacce

Arriva per tutti – o quasi tutti – un giorno in cui, all’improvviso, dalla bocca del nostro ‘innocente’ piccolo esce una parolaccia. Magari di quelle proprio brutte. E soprattutto nel contesto sbagliato. Sembrerà strano ma accade soprattutto ai bambini piccoli, più spesso di quanto si possa pensare. E’ probabile che che il bambino abbia imparato qualche termine dai compagni. Spesso lo ha sentito dagli adulti – magari dagli stessi genitori – oppure in qualche trasmissione o video.

La prima reazione, d’impulso, è – oltre allo stupore – quella di sgridarlo o castigarlo, ma non è così che si risolve il problema, anzi. Dobbiamo riflettere più a fondo e comprendere che se diamo importanza (anche negativa) nella mente del bambino alla parolaccia, nel bambino si forma immediatamente una conclusione: “Se usando una parolaccia suscito questa reazione nell’adulto, allora vuol dire che è proprio un’arma efficace”. Le parole proibite hanno il sapore della rivolta. I bambini lo imparano presto perchè sentono che il tono con cui sono pronunciate o il momento in cui sono dette è differente dal resto del lessico usato nella quotidianità. La prima volta fanno un tentativo e, se sortiscono l’effetto immaginato, tenderanno a ripetere il comportamento, facendo diventare la parolaccia/l’offesa un segnale di richiesta di indipendenza, una specie di affermazione del proprio potere. Il bambino si accorge di poter mettere in crisi le persone che gli sono vicino. E’ palese che gli è chiaro che le parolacce vanno usate con cautela, altrimenti possono arrivare le punizioni, ma le tiene sempre pronte. Le parolacce possono diventare le sue armi. Ebbene sì, è proprio così! Per ferire qualcuno, per interrompere un discorso, per vincere una disputa. Le parolacce sono potenti e lui, più ne capisce la forza, più le usa (quasi sempre a sproposito, ma questo lui non lo sa). 

Altra reazione discutibile è quella degli adulti che decidono di provare a sdrammatizzare la parolaccia ridendo, ma anche quella è una reazione scatenata che conferma l’idea che quella parolina ha un significato potente e che è diversa dalle altre. Insomma, è inutile dire che, nella maggior parte dei casi, il bambino non riesce nemmeno a decifrare il significato della parola brutta: ciò che capisce perfettamente è l’indignazione che ne deriva e la protesta degli adulti

Quindi come comportarsi? Se la parolaccia è occasionale, conviene far finta di niente, non badarci e confidare nel fatto che sarà dimenticata presto e in casa si tornerà a parlare come parlano i genitori. Se invece le parolacce si ripetono e continuano a uscire, è probabile che il bambino stia chiedendo attenzione. Diamogliela. Una dose extra di coccole, un surplus di affetto, soprattutto quando ci accorgiamo che parla pulito. Le parolacce andranno sicuramente e naturalmente nel dimenticatoio.

Se vostro figlio è molto piccolo, sta ampliando il suo vocabolario, una punizione troppo severa, soprattutto tenendo presente che è probabile che la prima volta che usa una parolaccia non ne sappia davvero il senso (magari è pure orgoglioso di aver usato un’imprecazione sentita da un adulto), rischia di interrompere il suo naturale interesse verso l’apprendimento di parole nuove, frustrare la sua curiosità; potrebbe essere sufficiente una frase simile a questa: <<Vedo che hai imparato una parola nuova.. bene.. però devi imparare che quella parola lì non una parola “bella” e che non si deve usare, perchè puoi far male a qualcuno. Ti piace se qualcuno ti offende e ti dice che sei uno stupidino, ecc.?!? Ecco, quella parola va nella scatola delle parole che non si devono usare, le parole “brutte”>>

Il barattolo delle parolacce

Se proprio vogliamo dare una lezione per insegnare ai bambini che le parolacce non si dicono, facciamo loro capire che la maleducazione non paga mai. Anzi, per la maleducazione si paga!

Istituiamo in casa la “Swear jar” che si vede in qualche serie americana: un barattolo all’interno del quale ognuno deve mettere una moneta nel momento in cui dice una parolaccia… e questo vale anche per gli adulti, ovviamente! Qualcuno stabilisce addirittura una sorta di “tariffario”, perchè – lo so, fa sorridere – una parolaccia detta in napoletano suona più “sporca”, più offensiva e violenta di quella detta in italiano, ad esempio. Quando il barattolo è pieno, si useranno i soldi per qualche azione a fin di bene oppure per comprare qualcosa per tutta la famiglia in modo che “ripaghi” i cattivi comportamenti.

Nel 2018 è stato immesso in commercio un “barattolo virtuale”, JarGone, che è un dispositivo smart dotato di microfoni e riconoscimento vocale, il cui compito è sgridarci quando diciamo una parolaccia. Una sorta di genitore virtuale, sempre pronto ad ascoltarci e a farci notare quando non ci comportiamo bene. JarGone si collega allo Smartphone, registra la nostra voce e quella dei nostri familiari o colleghi e poi si mette in ascolto. Se intercetta qualche parola fuori posto, si accende ed emette un «BEEP!».  Che forse vale molto più di un rimprovero detto a voce.

Prima di mettere a lavoro il barattolo, è possibile anche insegnargli le proprie imprecazioni preferite, così che lui le possa inserirle nel proprio vocabolario digitale. Una volta memorizzate espressioni e voci di tutti gli abitanti della casa, dell’ufficio o della classe, basta posizionarlo in un luogo dove possa ascoltare senza difficoltà le conversazioni e il suo incarico inizia. Appena sente le parole incriminate, si accende e poi emette un suono. La persona colpevole dovrà toccare il suo coperchio per farlo ritornare in modalità standby. JarGone ha una batteria ricaricabile ma può essere collegato anche a una presa Usb a PC o alla presa di corrente. Inoltre è leggerissimo, pesa pochi grammi, perciò facile da spostare da un ambiente all’altro. Direi che si potrebbe approfondire.. In un mondo che sembra diventare ogni giorno più violento e aggressivo, iniziamo a dare il nostro buon esempio, partiamo dalle piccole cose che possiamo fare per migliorarlo e quindi perchè non partire dal lessico quotidiano?!?

C’è un libro molto divertente che cerca di screditare il potere delle parolacce. Si intitola “La parolaccia” di Luca Tozzi e Cristina Petit, edito da Pulce Editore (dai 3 anni). Una parolaccia scappa dalla bocca del papà e ovviamente diventa l’unica parola utilizzata dal figlio. All’inizio tutti ridono a quel suono, gli adulti si arrabbiano, i compagni copiano.., ma con il tempo quella parolaccia inizia ad annoiare, nessuno più reagisce e il bambino capisce che ci sono tante altre parole e espressioni più ricche, significative e interessanti.

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Ma da dove arrivano tutte queste parolacce dei bambini? Ovviamente dagli adulti, che devono sempre stare attenti ad usare un linguaggio il più pulito possibile e a modificare le esclamazioni! E’ anche buona norma monitorare sempre quello che loro ascoltano, dalla radio alla televisione. Alcuni programmi e Youtubers usano un linguaggio troppo scurrile con parole irripetibili. Attenzione anche ai film: molti genitori, per esempio, si sono lamentati del film “Mamma ho perso l’aereo”, per le troppe parolacce che vengono ripetute. Dai 6 anni bisogna anche fare attenzione a quello che iniziano a leggere, a partire dalle scritte sui muri. Come fare allora? Si lavora, come sempre, di fantasia: ci si costruisce su una storia cercando di dirottare l’interesse per tutt’altro. Dice un genitore: “C’è mio figlio di 4 anni che dopo aver guardato il film “Ritorno al futuro” non fa che ripetere l’esclamazione “Grande Giove!” ed è bello, mi piace, oltre ad aver capito lui perfettamente in che contesti usarla!”. So che quando vi cade il cellulare la prima parola che vi viene in mente non è “Perdirindina” o una parolaccia in latino “Per Polluce!”, ma provateci qualche volta, soprattutto quando ve ne accorgete sul momento. Iniziate la parolaccia “Porc..” e sentite nella vostra testa il “BEEP!” del dispositivo virtuale, quindi concludete a denti stretti con un “Porca paletta!”, che è decisamente meno sgradevole. Crescendo, i bambini e i ragazzi useranno sicuramente le parolacce, fatevene una ragione: la cosa migliore è insegnare loro che non vanno usate in certi contesti, e che alcune sono proprio da abolire come gli insulti o le bestemmie, perchè – anche se non dette con il vero significato – possono veramente ferire la sensibilità di qualcuno.

In adolescenza poi, oltre al gruppo dei coetanei che è una vera e propria fucina di insegnamento di comportamenti e atteggiamenti discutibili (ma sui quali i genitori non hanno molto potere), vanno attenzionati gli amati Manga, i fumetti giapponesi che indulgono molto spesso in scene e parole che non sono adatte a questa età (sesso, violenza, ecc.).

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