Le “pause” e i “silenzi” fondamentali della Vita

Riempire ogni momento senza prendersi mai delle pause è una tendenza sempre più diffusa nella nostra società ipercinetica, riguarda tutte le età e troppo spesso ha a che fare con la paura di rimanere soli con i propri pensieri ed emozioni. Sembriamo sempre più adolescenti in balìa delle proprie crisi, che alzano il volume a manetta della radio, si stordiscono di rumori e stimoli. Single che pur di non rimanere a casa un sabato sera si trascinano da un locale all’altro, da un cinema all’altro, da una mostra all’altra, da una gita all’altra, cercando di coinvolgere tutti gli amici soli in un gruppo che rimane spesso un’accozzaglia di solitudini pronta a disfarsi non appena qualcuno trova un nuovo partner. Giovani adulti sempre ipervigili rispetto al mondo esterno, che ricercano intrattenimento compulsivo nella tecnologia per sfuggire da se stessi. Padri di famiglia insoddisfatti della vita familiare che lavorano oltre l’orario d’ufficio, rimandano il rientro a casa accumulando straordinari e riempiono il poco tempo libero con sport ed uscite con gli amici. Vi riconoscete in questi ritratti di persone che apparentemente sono sempre super-efficienti, super-energiche, magari allegre ma non stanno mai fermi? Riconoscete qualcuno che vi sta accanto?

Eppure la capacità di fermarsi, di concedersi uno spazio di tempo tra periodi o situazioni della vita è fondamentale per dare nuovo senso alla propria esistenza e accordarsi con il proprio ritmo interiore.

Silenzio, riposo, vuoto. Il niente all’interno di un brano, di una melodia, di un pezzo, di un periodo hanno un profondo significato: una pausa temporanea che serve a dare senso al resto, indispensabile per reggere il discorso musicale. Una sospensione che sta dentro il brano, non lo interrompe. Ne fa parte. Si tratta dunque di un ‘vuoto vitale’. Senza il quale l’intera struttura del pezzo crolla. Se trascurato, l’esecuzione risulta insicura, nervosa. Non Anche il linguaggio funziona così. Mettiamo virgole, punti, andiamo a capo. Voltiamo pagina. Prendiamo fiato, introduciamo silenzi.

Allo stesso identico modo abbiamo bisogno di individuare le nostre pause, di inserire spazi tra momenti, periodi, situazioni della nostra vita quotidiana. Di prevedere fermate senza le quali precipitiamo nel caos e ci confondiamo, rischiando di mettere le cose una sull’altra, non distinguendole, non capendo cosa si prova. Facendoci travolgere dagli eventi. Prendersi delle pause, invece, tra un periodo e l’altro, una cosa e l’altra, ci accorda con il nostro ritmo. Le situazioni che sembrano non avere soluzione di continuità non funzionano. Occorre il vuoto per una successione piena. Paradossalmente, c’è bisogno di interrompere per dare continuità, di distaccare per legare.

Le pause vanno però, attenzione!, vanno interpretate. Nella scrittura musicale hanno funzioni diverse, per far funzionare il ritmo o prolungare l’esecuzione di una nota. Per separare due tempi diversi. Ma ci sono anche pause a piacere. La corona, o più propriamente punto coronato, è un segno utilizzato per aumentare il valore di una nota o di una pausa a piacere dell’esecutore. Pause interpretative, senza rigore e precisione, la cui durata può essere prolungata indefinitamente. Sono queste a cui ispirarsi per interpretare la nostra esistenza. Momenti di uscita dal pentagramma, dalle abitudini, metriche, simboli e chiavi ci consentono di “stare sulle cose”, riflettere, ascoltare ciò che sentiamo e vogliamo. Elaborare ciò che è successo. Dare ascolto alla musica che viene da dentro. Sentiamo il nostro ritmo.

urla del silenzio

Secondo il primo assioma della comunicazione umana definito da un gruppo di studiosi della Scuola di Palo Alto (Pragmatica della comunicazione umana di Paul Watzlawick, J. H. Beavin, D. D. Jackson, edizioni Astrolabio), è impossibile non comunicare: anche il silenzio e l’inattività, dunque, hanno valore di messaggio. In effetti riposo e intervalli ma anche vuoto e noia possono diventare passaggi evolutivi, varchi nella nostra vita profonda. Fare una pausa significa mettersi di fronte se stessi, entrare in contatto con i nostri motivi sotterranei, spesso trascurati e insoddisfatti. Molte volte rimaniamo in una vita chiassosa per sfuggirvi. Ci distraiamo, fatichiamo per stare dietro alle cose, chiuderle, risolverle, raggiungerle. E lasciamo in silenzio le nostre vere esigenze. Le pause a cui pensare non si riferiscono a ore di sonno o di svago. Sono tempi “fuori da”, senza obiettivi, senza orologio. Momenti di sospensione, di inerzia per rimanere su ciò che viene da dentro. Ascoltare il movimento interiore, mai veramente silenzioso. Non vi sto parlando di meditazione…. ma sicuramente avrete notato delle similitudini.

“4’33″ (Quattro minuti e trentatré secondi) è una composizione in tre movimenti dell’artista sperimentale americano John Cage composta nel 1952 per qualunque strumento musicale. Lo spartito dà istruzione all’esecutore di non suonare per tutta la durata del brano nei tre movimenti, in totale 4 minuti e 33 secondi, il titolo dell’opera. Per l’autore non si tratta di un’opera silenziosa, però l’attenzione si dovrebbe spostare sui rumori casuali che si sentono durante l’assenza di musica, ai quali difficilmente ci rivolgiamo. Un invito provocatorio a sintonizzarsi con l’ambiente circostante, a rivalutare intensità e multiformità del silenzio. Ma ci sono altri significati. Come quello di soffermarsi su se stessi, uno dei compiti più difficili al quale sfuggiamo continuamente. Risulta imbarazzante stare sul nulla per questo tendiamo a metterci sopra sempre qualcosa, a riempirlo con parole, cose, movimento. Avere a che fare con noi stessi può essere molto difficile.  
Le pause, così come funzionano nella musica, ci concedono opportunità preziose per dare senso, ritmo e intensità a movimenti e attività. E allargare così la nostra Essenza.

Fonte: drepubblica.it

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