La Bellezza sta nell’imperfezione

In questi giorni, complice il tema del Festival della Canzone Italiana a Sanremo, il film di Sorrentino “La grande bellezza” vincitore degli Oscar, si fa un gran parlare di Bellezza.

A tal proposito, io ho notato che il mio vecchio post sull’antica arte giapponese del Kintsugi riscuote successo in termini di visite, forse perché, pur vivendo in una società che persegue la “perfezione” a tutti i costi e la accomuna alla Bellezza, tutti noi sappiamo, in fondo al cuore, nel nostro intimo, che il mondo è imperfetto, l’universo è colmo di imperfezioni. Sappiamo che è proprio la varietà che ci circonda a rendere interessante la vita: se tutti fossimo uguali, omologati, fatti con lo stampino, non ci sarebbe gusto nemmeno a innamorarsi!

La perfezione suscita senza dubbio ammirazione, ma rimane astratta e distante, in genere non provoca nessun fremito profondo, nessun turbamento, non fa vibrare nessuna corda nascosta dell’anima. Sarà per questo che io preferisco la faccia da schiaffi di Jean Paul Belmondo, “la simpatica canaglia”, all’estetica di Alain Delon, e il mio cuore batte di più per Pierfrancesco Favino che per Raul Bova?

Anche molte donne del mondo dello spettacolo non proprio esteticamente perfette riscuotono o hanno riscosso notevole successo con gli uomini: Barbra Streisand, Liza Minnelli, Meryl Streep, ecc. Nessuno può negare che abbiano un fascino innegabile!

“Mi piacciono persone che sono come me, che hanno le stesse stranezze, la stessa curva di particolarità, il peso delle esperienze e una certa eccentricità. Mi piacciono persone come me, che conservano la loro bellezza nell’imperfezione, nelle tracce di non banalità” diceva il poeta Charles Bukowski.

Rita Levi Montalcini nel suo saggio-autobiografia “Elogio dell’imperfezione” sostiene che “l’imperfezione ha da sempre consentito continue mutazioni di quel meraviglioso e quanto mai imperfetto meccanismo che è il cervello dell’uomo. Ritengo che l’imperfezione sia più consona alla natura umana che non la perfezione.”

I giapponesi hanno anche un termine wabi-sabi, difficilmente traducibile in italiano, che indica una vastissima area concettuale: “bellezza delle cose imperfette; bellezza delle cose incompiute o temporanee; bellezza delle cose umili, modeste, grezze, segnate dal tempo”.
I giapponesi definiscono wabi-sabi, ad esempio, un oggetto artigianale dalle finiture imperfette e non raffinate, dalla superficie ruvida e irregolare, oppure consumato, come ad esempio sono le ceramiche raku. altra mia recente scoperta che ho amato da subito, un vero colpo di fulmine.

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Comprendo come un certo grado di conformismo e di globalizzazione sia necessario per il vivere civile, ma – per favore – sforziamoci di mantenere almeno alcune differenze, quelle che non fanno male a nessuno, con tutte le loro imperfezioni, e valorizziamole!

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