Esiste la ‘Pedagogia nera’?

Conoscete la “Pedagogia nera”?

Se la risposta è negativa è perchè, come spesso accade, non se ne parla mai abbastanza, è un fenomeno molto diffuso, molto triste, che andrebbe severamente e pubblicamente condannato ma che è troppo comodo occultare. E’ in realtà un qualcosa da conoscere, per non fare gli struzzi.

Papa Francesco si é recato in Canada, a Maskwacic, per sanare il grande trauma indigeno che ha visto lo strappo e la rieducazione forzata di più di 150.000 bambini. Questi non fecero mai più ritorno alle loro case, dopo essere stati condotti negli istituti di rieducazione cattolica.

Fosse comuni, stupri, omicidi indotti da denutrizione e stenti hanno segnato la tragica pagina di storia dei gruppi indigeni canadesi: First Nation, Metis, Inuit.

Oggi Francesco riconsegna loro i mocassini che gli furono donati accanto alla richiesta di giustizia.

Chiedere perdono significa sanare un trauma collettivo nella speranza della reciproca guarigione.

Ritengo che nucleo centrale di tanto orrore lo si possa ravvisare nella pratica della Pedagogia nera, che ha orientato l’educazione laica e cattolica degli ultimi tre secoli. Questa affermazione la faccio da non credente ma senza alcun giudizio: è una verità storica taciuta in grembo alla Chiesa come tante altre.

Umiliazione, punizioni e correzioni violente deviano l’amore e la psiche. Soprattutto inclinano la politica e le scelte economiche. Ovviamente questa assoluta mancanza di carità e caduta della moralità che non dovrebbero nemmeno essere associate alla parola Pedagogia, sono avvenute e – credo – avvengano anche in altre parte del mondo (Cina,…).

Le testimonianze raccolte dai missionari durante la colonizzazione forzata del continente australiano, ad esempio, hanno messo in risalto i soprusi e gli abusi inflitti soprattutto alle bambine strappate dal loro clan per essere poste in “rieducazione” forzata. Strappato il loro idioma materno e la loro identità collettiva.

Ma secondo i costumi pedagogici aborigeni, «i bambini erano coccolati da tutti e raramente puniti… le donne conoscevano molto bene i luoghi dove reperire il cibo. Si muovevano da sole, o in piccoli gruppi familiari, spesso accompagnate dai loro figli, perché la mamma mostrava le tracce della selvaggina e dei rettili. Quando il bambino afferrava qualcosa con le manine, per darlo a qualcuno, la nonna o qualche donna anziana, prendeva ciò che il bambino offriva, e nello stesso tempo, schioccando la lingua, sul palato, emetteva un suono secco, poi cantava una sorta di incantesimo, che serviva a fare del bambino una persona che amava condividere liberamente. Queste le parole delle nenie: “Dai a me bambino, da a lei bambino, da a lui bambino, dai a un bambino, dai a tutti i bambini”»

La cultura indigena pone la condivisione e la gioia al centro del creato. Dobbiamo guardare a questa come al faro che illumina il tragitto per il nostro ritorno a casa.

Perché da quei corpi sepolti tornino a fiorire le rose.

Se voleste approfondire potete leggere qualche testo, come il seguente:

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“Rimasto ignorato dal pubblico italiano e mondiale per quasi quarant’anni il libro di Katharina Rutschky documenta una storia scientifica e umana che si sussegue dal XVIII secolo fino ai giorni nostri sotto lo sguardo silente, attento e misterioso dei bambini nelle case civili dell’Europa e del mondo. Che cosa si nasconde dietro tutto ciò? Probabilmente il più importante libro, il più rilevante movimento del pensiero sui bambini, sulla violenza, sull’educazione, sul potere e sul male del XX secolo.” (Dalla Introduzione di Paolo Perticari)

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