Classifica mondiale: la scuola perfetta… ma esiste davvero?

Ogni tanto sogno di emigrare e di trovare l’Eldorado in qualche altro Paese del Mondo. Sono sogni che si infrangono non appena inizio a ragionare su diverse “questioni pratiche” come sanità, istruzione, occupazione, ecc. Nessun Paese, passato al vaglio della razionalità, passa l’esame senza qualche imperfezione.

Non sarebbe ad esempio pensabile – almeno per me – trasferirmi in un Paese nel quale le scuole siano peggiori di quelle italiane: sento una forte responsabilità nei confronti di mia figlia e della sua educazione in senso lato. L’istruzione (oltre al modo di trattare i bambini in generale) è sicuramente un parametro importante per valutare la qualità di vita globale di un Paese, il suo livello di civiltà e sviluppo, ed è lo specchio perfetto delle società, delle diverse culture, con i punti di forza e quelli di debolezza.

Partendo dal presupposto imprescindibile che probabilmente “nessuna scuola è perfetta”, ho trovato in Rete un articolo che stila una classifica mondiale delle scuole (presumo che venga aggiornata periodicamente) e, come al solito, ho approfondito l’argomento, perché mi sembrava semplicistico assegnare un punteggio, premiante o degradante, senza valutare il contesto specifico di ogni Paese, senza fare un discorso di più ampio respiro.

Prima di leggere la classifica provate a indovinare in quale posizione si trova l’Italia… dai, scommettete… e indovinate chi si trova ai primi posti.. Poi mi farete sapere se le vostre intuizioni erano corrette!

Ecco il link al mio pdf: migliori-scuole-del-mondo (1)

Ai primi banchi, come ormai avrete visto, sgomitano i Paesi dell’Est asiatico: la Corea del Sud davanti a tutti, seguita da Giappone, Singapore e Hong Kong, poi in quinta fila c’è la Finlandia, tradizionalmente culla dell’eccellenza scolastica. Sesta la Gran Bretagna, settimo il Canada, quindi al 12° posto la Germania, al 14° gli Stati Uniti e giù fino al 25° gradino per trovare l’Italia.

Iniziamo con il precisare che la scuola “quasi perfetta” è stata fotografata in questa super classifica mondiale dei 40 migliori sistemi d’istruzione dall’Istituto di ricerca inglese The Economist Intelligence Unit e pubblicata dal colosso dell’editoria formativa Pearson.

Quali parametri hanno osservato per stilare questa classifica? Gli studiosi hanno concordato sul fatto che nella migliore delle scuole possibili l’insegnante è una figura prestigiosa, genitori e studenti collaborano per mandare avanti il programma e i soldi investiti contano sì, ma non sono tutto. Importa di più che ci sia una formazione continua per alunni e docenti e un giusto equilibrio tra le materie.  Nella corsa alla scuola del futuro, oltre alle nuove materie, guai a dimenticarsi la tradizione: se è vero che la capacità di usare la tecnologia o lavorare in gruppo diventano essenziali, non possono però rimpiazzare la letteratura, la matematica, le scienze. Le nuove competenze devono restare ancorate ai saperi di base altrimenti galleggiano nel vuoto, restano senza fondamenta. Condividete?? Corretto che i bambini sappiano usare lo smartphone prima di aver pronunciato le prime parole, ma ciò non vuol dire che non debbano più saper scrivere con una calligrafia decente!

La graduatoria fonda la sua forza su un indice specifico che si chiama “curva dell’apprendimento”, che raggruppa per la prima volta in modo ponderato una moltitudine di fattori: i risultati di test internazionali, come l’Ocse-Pisa sulle competenze matematiche ma anche i TIMSS sugli studi scientifici e i Pirls sulla lettura.

Poi vengono valutati il tasso di diplomati e laureati e la spesa pro-capite per l’educazione, quindi elementi socioeconomici quali il Pil, la disoccupazione e l’aspettativa di vita. Il “cervellone” stila così una graduatoria delle super potenze dell’istruzione e restituisce una banca dati pubblicata on line: dice cosa migliora e cosa peggiora l’educazione e vuole essere uno strumento utile ai governi, agli insegnati e alle scuole per migliorare.

Irrinunciabili, per esempio, la trasparenza e la partecipazione. Dove i programmi e i risultati sono chiari a tutti, dice il rapporto, l’attività scolastica è più efficace. Un tratto peculiare dei paesi orientali: là società e famiglia sanno esattamente cosa aspettarsi dagli insegnanti, gli insegnanti dagli alunni e gli alunni hanno ben presenti gli obiettivi da soddisfare. Da qui il valore di una scuola “partecipata”, dove i genitori collaborano e i docenti sono ritenuti preziosi.

Proprio questo sembra essere il tallone d’Achille che lascia in fondo l’Italia, con l’insegnamento visto come un ripiego, un modo per avere lo stipendio sicuro ma lavorando mezza giornata. «Quando il ruolo dei professori è riconosciuto, la scuola funziona meglio» spiega Roberto Gulli, presidente di Pearson Italia. «Non si tratta solo della retribuzione: per avere buoni insegnanti bisogna offrire una formazione continua. Fare il professore deve essere un privilegio per chi si laurea, non meno prestigioso di altre professioni come l’avvocato o l’ingegnere». Quanto condivido questa affermazione!!

Anche perché la qualità della scuola ha un rapporto diretto con lo sviluppo di un Paese. «Investire sull’istruzione vuol dire aumentare il Pil: l’educazione non è solo un diritto acquisito ma un bene da far crescere» continua Gulli. Per questo l’aggiornamento continuo deve essere offerto a tutti: anche agli adulti per restare in pari con il mutevole mondo del lavoro. Un aspetto su cui sono particolarmente deboli Messico e Brasile dove alla rapida crescita economica non è seguito finora un aumento nella preparazione.

scuole nel mondo

Traiamo dunque una prima conclusione: non necessariamente i paesi che spendono di più nell’educazione hanno risultati migliori. La nostra bassa collocazione non può trovare sempre nella scarsità di risorse economiche un alibi per auto-assolversi: Australia, Belgio, Canada, Repubblica Ceca, Finlandia, Giappone, Corea del Sud e Paesi Bassi hanno mostrato ottimi risultati nonostante spese per l’istruzione non superiori ad altri Paesi. Al contrario gli USA hanno una spesa per l’istruzione relativamente elevata ma risultati non eccelsi.

Seconda osservazione: se scendiamo nei dettagli, non è tutto oro ciò che luccica; a tal fine ho preso alcuni Paesi a caso ed ho approfondito il tema legato al sistema scolastico.

La prima notizia nella quale mi sono imbattuta non mi ha reso felice: secondo un rapporto pubblicato da Amnesty International nel 2010, le autorità della Repubblica Ceca hanno continuato (speriamo che ad oggi qualcosa sia cambiato!), nonostante le denunce nazionali ed internazionali ed una sentenza emessa nel 2007 dalla Corte Europea dei diritti umani, ad inserire i bambini e le bambine rom in scuole per alunni con “lieve disabilità mentale”, impartendo loro in questo modo un’istruzione inferiore agli standard. Persiste dunque nella Repubblica Ceca una grave discriminazione sistematica nel campo dell’istruzione ai danni dei rom.  Una scuola così non mi piacerebbe… e a voi?

Facciamo un salto in Belgio, più meritevole dell’Italia secondo la classifica succitata, e basta poco per comprendere che il suo sistema scolastico è poco paragonabile al nostro per ragioni molto semplici: il Belgio è un piccolo Paese con 10 milioni di abitanti e poi è diviso da due virulenti comunità linguistiche che non si intendono e che hanno scuole differenti: la Comunità francofona ruota attorno a Liegi ed è piuttosto povera, mentre quella fiamminga ruota attorno ad Anversa ed al contrario è alquanto opulenta. Per questa ragione i fiamminghi vogliono separarsi dai francofoni e il Paese corre sempre e sistematicamente il rischio dell’implosione. Così come in Francia, inoltre, anche in Belgio periodicamente si riaccende feroce il dibattito in merito al velo delle allieve musulmane (la valutazione se sia idoneo o meno indossarlo è lasciata alle singole scuole). Ancora discriminazioni… e siamo nel 2014 in un Paese sedicente “civile” e moderno, non nel lontano e buio Medioevo!

Accanto alla scuola pubblica, esiste poi in Belgio un florido e prestigioso settore privato, prevalentemente cattolico, fortemente finanziato dallo Stato. Quindi il quadro scolastico belga è molto diverso da quello italiano, non è comparabile nei dettagli. Lo è nei risultati scolastici, che nel Belgio sono migliori, ma ci si può chiedere se questo esito sia da imputare o meno alle dimensioni del Paese e alle divisioni che lo squarciano.

Una nota di merito il Belgio sicuramente ce l’ha: esiste una forte tradizione di ricerca scientifica sulla scuola di livello mondiale, i ricercatori belgi sono noti ovunque e i poli universitari di ricerca sulla scuola sono eccellenti. Per esempio, il Laboratorio di pedagogia sperimentale dell’Università di Liegi è presente nel gruppo scientifico che programma, dirige, analizza l’indagine PISA mentre invece l’Italia ha un ruolo subalterno ed è per ora nel gruppo che esegue quanto deciso da altri.

La Finlandia, da sempre nei primi posti di classifiche similari, deve i motivi del successo – così dicono – ad una severissima selezione degli aspiranti insegnanti, ad un buon investimento dello Stato nell’istruzione, che è rigorosamente ed esclusivamente pubblica, nella quale il figlio del Presidente si siede accanto al figlio dell’operaio; l’atmosfera è rilassata e informale, basata sulla fiducia e sulla responsabilità più che sui test, e soprattutto il numero degli studenti è esiguo, il che garantisce agevolazioni per tutti e un sistema scolastico omogeneo ed equilibrato (anche per gli studenti stranieri). Una scuola, quella finlandese, in cui l’insegnante ogni mattina discute con i ragazzi di bullismo e di “internet” ed accanto alle materie tradizionali resiste ancora l’“educazione domestica” in cui i ragazzi imparano a cucinare, a cucire, a lavare, ecc. Fantastico!

Sempre rimanendo nell’Europa del Nord, in Svezia, si faticano a trovare insegnanti, generalmente sottopagati e quindi poco motivati. Eppure anche questo sistema scolastico sembra essere migliore del nostro. Forse i motivi del successo stanno nella scarsa burocrazia e nel forte investimento nella tecnologia: l’idea del Ministero dell’istruzione è di passare nei prossimi anni da una didattica che usa i personal computer ai tablet, che sono già una realtà persino sui banchi degli asili. Appesi alle pareti delle classi ci sono cartelloni scritti in altre lingue: «Nel nostro sistema d’istruzione se vi sono almeno cinque ragazzi figli di migranti che chiedono di avere lezioni anche nella loro lingua, hanno diritto ad avere un’insegnante madrelingua» spiega la dirigente del Comune di Stoccolma. Su questo aspetto gli svedesi sono proprio su un altro pianeta rispetto all’Italia!

Facciamo un ultimo spostamento geografico e andiamo nella Corea del Sud che, stando alle misurazioni del PISA, ha uno dei migliori sistemi educativi del mondo e i sudcoreani sono orgogliosi di ciò. Nello stesso tempo però nessuno in Corea sembra essere contento: è ciò che gli specialisti chiamano “il paradosso della educazione sudcoreana”, dove il buon successo nei risultati si lega ad una insoddisfazione generalizzata. La formazione in Corea è vista come una via imprescindibile per il progresso individuale e nazionale, il che sfocia in una dedizione sfiancante degli alunni e in una grande competitività per accedere, arrivato il momento, alle migliori università e poi addirittura ad un buon matrimonio.

L’investimento in educazione pubblica per studente è inferiore alla media dei paesi dell’OCSE. Il motivo del successo del sistema va dunque ricercato altrove e si deve anche alla qualità dei professori che sono ingaggiati tra i migliori di ogni selezione. Ma soprattutto si deve, secondo alcuni specialisti, alle lunghe giornate scolastiche: i bambini vanno a scuola fino a 11 ore al giorno e poi, pressati dai genitori, devono dedicare ai libri più ore a casa. Non è raro che negli anni che precedono l’entrata all’università gli studenti tornino a casa a mezzanotte, dopo sessioni extra di studio. Dopo la scuola secondaria, gran parte degli alunni frequenta accademie private – le cosiddette hangwon – per migliorare i propri risultati accademici. In molti casi ne frequentano diverse allo stesso tempo, in funzione delle materie di studio. Nella società coreana è naturale che se un giovane non va ad una buona università non trovi lavoro. Il prezzo che pagano i ragazzi per l’uscita dal sistema è alto. Il loro livello di stress è il maggiore dell’OCSE e sono i meno felici. Hanno poco tempo per giocare e dormire. Il risultato è un gran numero di suicidi tra gli studenti della scuola primaria, secondaria superiore e inferiore: oserei dire che questo successo ha decisamente un sapore agrodolce!

Paesi diversi, scuole diverse, problemi diversi… ma sempre problemi. Non potremmo allora tentare – come da sempre auspico io – di utilizzare questa classifica non solo per vantarsi della posizione raggiunta, per competere, ma per trarre spunti da tutte le tecniche educative del Mondo, sperimentando di volta in volta ciò che funziona per noi e ciò che non funziona?

Fonte info classifica: articolo su www.larepubblica.it del 09/05/2014

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